Agammenone - da qualche parte adesso

“La sigaretta di un carcerato ai primi piovaschi dell’autunno, l’eroe dimenticato, ormai in pensione, con le scarpe rotte... La sera ricordiamo cose perdute - un uccello malato, due versi di Porfiras, case bruciate, manifestazioni, cartelli, bandiere a mezz’asta, un antico scenario sbiadito…”
da Studio dell’ultimo ruolo di Yannis Ritsos
Entrano. Sono sei. Cinque adulti e una ragazzina. Sono stanchi, forse da un lungo viaggio, da una lunga erranza. Sono dei commedianti in fuga dal proprio paese, accomunati dall’esilio e dalla memoria di un tempo lontano in cui avevano recitato insieme. Si assopiscono. Uno non riesce a dormire e comincia a borbottare le parole della sentinella all’inizio dell’Agamennone di Eschilo: “Dei, vi chiedo che finisca presto questa pena…” Così, all’improvviso, le parole e gli eroi della tragedia risorgono e la vecchia recita riprende vita. Cosa rivivono attraverso questo testo che evoca continuamente i morti, le vittime della violenza e della presunzione dei potenti, l’empietà dei vincitori, “il tormento di chi è stato ucciso” che “può sempre ridestarsi…”? È un’occasione per sfogarsi, per esibirsi, per accusare qualcuno forse, e chi? I potenti della terra, Dio, uno dei compagni d’esilio?
Hai dimenticato? Hai dimenticato quando è morto tuo padre? Hai dimenticato come è morto tuo padre?
Queste parole di un poeta coreano, le sue poesie, quelle di Yannis Ritsos e altri testi scelti singolarmente da ciascun attore (Antonio Lobo-Antunes, Etty Hillesum, Edna O’Brien, Primo Levi, Cesare Pavese, Mario Rigoni-Stern, Nuto Revelli) – testi che dicono la necessità di “non dimenticare” o evocano la situazione dei sopravvissuti a una guerra – sono stati molto importanti per avvicinarsi al testo di Eschilo, per sentirne la stupefacente attualità.
L’elaborazione dello spettacolo si è svolta su un lungo tempo in diverse tappe e ciascuna ha nutrito in modo diverso il lavoro. La prima è stata in Toscana, dove siamo stati ospitati per due mesi nella primavera del 2001. Il lavoro all’esterno è stato allora fondamentale: andare attraverso la campagna, da viandanti, da soli, o insieme, rimuginando il testo di Eschilo, correndo o camminando, attenti al minimo mutamento del paesaggio, al cielo, ai propri ritmi, sotto il sole, la pioggia, o nelle tempeste che invadevano anche la sala di lavoro attraverso le grandi aperture prima destinate a far passare l’aria per il fieno. Questo primo incontro ha permesso di tessere dei legami forti tra i membri di quel gruppo errante, di sentire poco a poco un vissuto comune, ha permesso di cercare le parole del testo che per ciascuno erano significative e collegate alla propria storia di esule. Un’altra tappa importante è stata il Teatro Polivalente Occupato di Bologna che ci ha ospitati nel 2002 e 2003: un relitto urbano in cui la situazione di questi esuli e il testo della tragedia hanno trovato altre risonanze, altrettanto forti. Importante anche perché ai cinque commedianti del gruppo iniziale si è aggiunta Niarulina, la piccola che guarda tutto, ride, piange, e illumina a suo modo il decorso della tragedia.
con
Il guerriero malinconico - Massimiliano Balduzzi
La donna che non ha paura dei cani - Nenè Barini
La donna dalle mani veloci - Sara Corso
La cannonata dell’avvenire - Piera Cristiani
Il comandante fuori rotta - Federico Tessieri
Niarulina - Anna Teotti
Regia e drammaturgia - Anne Zénour